smartphone baby sitter digitale
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Lo smartphone, baby sitter digitale

Tempo di lettura - 7 minuti

Fino a pochi anni fa la televisione rappresentava l’unico modello di baby-sitter “tecnologica” a disposizione, senza necessità di preavviso né costi da sostenere.

Grazie al suo utilizzo si riuscivano a tenere i bambini fermi davanti allo schermo, concedendo così un po’ di respiro ai genitori.

Un utilizzo frequente era quello della mamma che, per poter preparare la cena in tranquillità o sbrigare qualche faccenda domestica, autorizzava un momento di televisione ai figli.

In alcuni casi, questo uso diventava abuso quando i bambini erano lasciati per l’intero pomeriggio davanti allo schermo, talvolta non verificando se i programmi o i canali a cui accedevano fossero adeguati alla loro età.

Oggi invece, grazie all’evoluzione (e rivoluzione) digitale, accanto alla vecchia “tele baby-sitter” ci sono altri supporti più tecnologi che vengono utilizzati con questa funzione.

Tra questi ci sono il tablet e lo smartphone che sono leggeri, versatili e quindi più comodi da portare in giro.

Sarà capitato anche a voi, magari in treno o in metro o su altri mezzi, vedere mamme con in braccio bambini con – a loro volta – in mano il telefono. In questo modo i piccoli restano tranquilli, guardando video, cartoni animati o canzoncine di vario tipo.

In momenti come questi è probabile assistere al “dramma” che si crea se per caso il telefono squilla e la mamma deve rispondere. A questo punto l’arrabbiatura del piccolo navigatore, costretto a dover rinunciare alla sua visione, spesso è talmente elevata da non permettere alla mamma di gestire la chiamata ricevuta e porre serenamente fine alla conversazione.

Personalmente, mi sono sempre chiesta se la mamma sia più infastidita dal comportamento del suo piccolo o da quella persona che malauguratamente ha deciso di telefonare proprio in quel momento.

E più lungo è il tragitto e più alta è la possibilità di ricevere una chiamata.

Una cena in tranquillità

È proprio così: oggi i genitori spesso usano lo smartphone come baby-sitter per intrattenere i loro bambini. I piccoli sono così attirati dal video che ne vengono rapiti, quasi ipnotizzati.

Questo succede perché sono molto sollecitati: in loro infatti si attivano due canali sensoriali, vista e udito, che uniti al movimento risultano una vera e propria, irresistibile, attrazione.

Un esempio simile a quello del treno si riscontra spesso al ristorante, forse ancora più sovente nei periodi di vacanza. Provate a farci caso quando intorno a voi siedono tavoli di famiglie con bambini.

In queste situazioni succede che bambini piccoli – anche di uno o due anni – siedano tranquilli in assoluto silenzio. Guardando meglio, magari cambiando punto di osservazione, si scopre che davanti al bambino o alla bambina in questione è appoggiato qualcosa che attira “magneticamente” la sua attenzione.

Quel qualcosa è un dispositivo digitale di un genitore che sta mostrando un video, un gioco o qualcosa di simile, capace di tenere i piccoli immobili, incantati, quasi in stato di trance. Se magari la mamma prova a imboccarlo, il piccolo mangia senza sapere cosa mette in bocca o addirittura senza rendersi conto di mangiare, perché è talmente preso dal resto che probabilmente non realizza neppure di masticare e deglutire.

E così la serata continua nel relativo silenzio perché i bambini a tavola rimangono tranquilli per tutta la durata del pasto.

È vero che per un genitore questa sembra un’ottima soluzione per un ristorante, ma poi come funziona la gestione della cena a casa?

Il momento del pasto è un momento importante nella fase dello sviluppo del bambino. È un momento di condivisione con la famiglia e anche di esplorazione dei cibi: a tavola il bambino impara che ci sono regole e comportamenti da tenere.

Se questo spazio viene invaso da suoni, immagini o altro ancora perde l’intimità e il valore che potrebbe e dovrebbe avere.

smartphone distrazioni
Foto di Vitolda Klein su Unsplash

Lo smartphone è il ciuccio digitale

Alcuni genitori raccontano di aver usato il cellulare a tavola per calmare i bambini nelle prime occasioni di capricci (shut-up toy) e poi questa è diventata un’abitudine.

Perché i bambini davanti allo schermo smettono immediatamente di urlare, di agitarsi o di disperarsi? È vero che lo schermo ha un positivo effetto calmante?

Secondo gli esperti che si occupano del benessere dei bambini, accanto a questa interpretazione c’è il grande rischio di alimentare in questo modo una dinamica di dipendenza. Apparentemente il bimbo davanti allo schermo sembra aver placato il suo disagio, ma la verità è che in realtà semplicemente se ne dissocia.

Questo è molto diverso: il bambino non elabora la sua emozione, semplicemente, calmandosi davanti allo schermo, impara a non sentire più ciò che gli accade dentro.

Il ruolo dell’adulto è invece quello di insegnare al bambino a risolvere (non a negare o a dimenticare) il suo disagio emotivo, attraverso le relazioni con gli altri.

Nei primi anni di vita “gli altri” sono generalmente la mamma e il papà e poi gli educatori, gli insegnanti, i compagni e gli amici. Nel confronto con “l’altro”, fatto di parole, di sguardi e di contatto, il bambino impara a riconoscere e a capire le proprie emozioni, a comprendere e poi gestire il proprio disagio.

«È vero che uno schermo in un istante blocca le iperattivazioni emotive, ma non le risolve, le congela. Come genitori, educatori e adulti responsabili dovremmo sapere che quando un bambino è agitato, l’ultima cosa che gli serve per tranquillizzarsi è avere uno schermo davanti agli occhi»

Alberto Pellai in un articolo pubblicato dalla rivista Family Health

Ognuno di noi, soprattutto in tenera età, ha diritto ad affrontare la propria frustrazione, a sentire la delusione… insomma, a vivere le proprie emozioni per imparare a conoscerle e a gestirle.

Utilizzare un cellulare per interrompere un pianto può essere comodo, soprattutto se si ha fretta, si è in pubblico e ci si sente in difficoltà.

Ma pensiamo davvero che sia la soluzione migliore?

Perché i genitori cercano una scorciatoia?

Questa credo che sia la domanda delle domande.

Il compito genitoriale è sicuramente complesso e nessuno ci insegna ad essere genitori. Né tanto meno bravi genitori.

Non esiste la ricetta magica. Esistono però delle linee guida, a seconda dei diversi approcci scientifici, che possono supportare questo compito.

La tecnologia ha forse complicato maggiormente il lavoro genitoriale. Non solo per definire al meglio come e quando avvicinare i propri figli all’uso della tecnologia ma soprattutto per il fatto che, spesso, sono proprio i genitori che abusano dello smartphone. Sottraendo così tempo per stare con i bambini a favore dei vari social network.

La frase più comune, nelle ricerche condotte riguardo al rapporto tra i ragazzi, la tecnologia e la famiglia, è «un attimo». Esattamente quella che dice il genitore al figlio che lo sta chiamando, mentre ha lo smartphone in mano.

Per quanto riguarda l’età per l’accesso dei figli agli smartphone e al mondo digitale purtroppo continua ad abbassarsi, nonostante ci siano molti inviti a non farlo.

La Società italiana di pediatria giudica non opportuno proporre ai bambini dispositivi digitali prima dei due anni e comunque invita i genitori a non utilizzare mai lo smartphone per calmare o distrarre i bambini, durante i pasti o prima di andare a dormire.

Le stesse case produttrici di cellulari ne consigliano l’uso solo dopo i 13 anni.

Se poi entriamo nel merito dei social network sappiamo ormai che l’età per l’accesso è stata regolamentata.

Ma se il genitore permette al figlio di utilizzarlo, non c’è nessuno obbligo di legge che possa evitarlo.

I genitori devono ricordarsi di avere la responsabilità genitoriale.

E devono sapere dire di no. Per il bene dei bambini e dei ragazzi.

smartphone shut up toy
Foto di Freepik

Conseguenze di un errato utilizzo della tecnologia

Il tempo che i bambini dedicano ai nuovi media è sottratto ad attività, quali ascolto della lettura, gioco creativo e interazione verbale.

Diversi studi hanno ampiamente dimostrato invece il beneficio di queste ultime per lo sviluppo cognitivo e l’acquisizione del vocabolario.

Quindi, se dobbiamo scegliere, meglio leggere una storia o giocare con i nostri figli piuttosto che dar loro in mano un dispositivo digitale.

Altri studi hanno dimostrato inoltre che l’esposizione precoce del bambino allo schermo è associata a disturbi dell’attenzione e a una compromissione della capacità immaginativa. In effetti l’animazione dei video non lascia molto spazio all’immaginazione, anzi sommerge letteralmente i bambini di stimoli di vario genere.

Anche una eccessiva esposizione alla sola televisione, indipendentemente dal tipo di trasmissione, può causare disturbi dell’attenzione. Alcuni studi parlano anche di disturbi di lettura.

In generale, al di là dei contenuti proposti, la fruizione frontale passiva di uno strumento potenzialmente sedentario come la televisione ha effetti negativi sullo sviluppo cognitivo del bambino.

L’assenza di interazione è l’elemento critico che rende questi utilizzi meno efficaci rispetto all’ascolto della lettura.

Sui bambini piccoli credo che sia opportuno non dimenticare l’impatto relazionale ed affettivo. Se la relazione col genitore ha come intermediario un dispositivo tecnologico si rischia di non creare i momenti di fisicità, di gioco creativo insieme, di non dare importanza allo sguardo e a momenti fondamentali come la preparazione alla nanna, la pappa…

Nel corso della crescita è poi doveroso educare all’uso dei dispositivi per ottimizzarne le potenzialità, ottenendo la gran parte dei benefici dello strumento e minimizzandone gli effetti indesiderabili che, come diversi studi mostrano, posso essere:

  • uso eccessivo in termini di tempo e/o inadeguato con giochi diseducativi o violenti, isolamento, asocialità  
  • disturbi dell’apprendimento
  • disturbi dell’attenzione
  • cefalea
  • disturbi muscoloscheletrici

Impostare bene e dall’inizio l’uso di questi importanti e irrinunciabili strumenti, rappresenta la migliore garanzia per un utilizzo adeguato e proficuo.

Che alternative usare ai vari dispositivi digitali?

Come dicevo prima, non esiste la ricetta magica né per essere genitori né per avvicinare i figli all’uso degli strumenti che faranno parte della loro vita.

Inizierei col dire che avranno già molto tempo per usarli, quindi possiamo tranquillamente pensare ad un lento, lentissimo avvicinamento.

Con i bambini piccoli, di uno o due anni, prediligerei i libri anche ripensando alle scene che raccontavo prima, a tavola al ristorante o nei momenti di attesa.

I libretti sono uno strumento comodissimo da portare in giro, si possono sfogliare insieme ai bambini che guardando le figure, posso ascoltare voi che raccontate loro le immagini del libro. In questo modo il piccolo impara nuove parole, le associa alle immagini e soprattutto è in relazione con voi.

La crescita dei bambini passa attraverso la relazione; prediligete quindi tutte le attività che possono esser svolte insieme, piuttosto che quelle che possono fare da soli con uno schermo davanti.

Un altro suggerimento, ad esempio, è quello di disegnare o colorare.

Qualcuno si chiederà: “E quindi i cellulari?”
Si possono anche mostrare video, adatti alla loro età, come quelli delle canzoncine per bambini (pensate allo “Zecchino d’oro”!), ma con molta cautela.

È bene definire un tempo di utilizzo, che per i primi anni sarà molto breve, al termine del quale il mio consiglio è di cambiare gioco.

Attenzione poi alla fase della chiusura, che potrebbe diventare faticosa.

Se il bambino infatti inizia a fare i capricci perché non vuole smettere, sarà già evidente che il tempo davanti allo schermo è stato eccessivo: infatti è come se già non volesse farne a meno.

Questo a mio parere è il segnale da tenere a mente. Insieme al concetto che i bambini per crescere in maniera serena hanno bisogno di relazione con voi, di dialogo con le persone, di gioco con gli altri.

In questo modo potranno, durante la crescita, essere guidati dagli adulti a un uso misurato e consapevole dello smartphone e non ad esserne sopraffatti.

La frase che mi guida da sempre è: «Aiutare la gente a raggiungere il suo massimo potenziale» di Ken Blanchard. Probabilmente è per questo mio desiderio che ho scelto di essere una Psicologa. Sono convinta che ognuno di noi abbia dei talenti, deve solo riuscire ad esprimerli. Nella mia vita professionale, che si svolge prevalentemente in contesti aziendali, sono formatrice, coach e gestisco gruppi. Nella mia vita privata sono mamma, sposa e zia. Svolgo diverse attività di volontariato: sono Responsabile di Piramis Onlus, faccio parte del CdA della Scuola Materna della mia zona e sono volontaria del CAV e dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche. Il punto di contatto nei miei vari impegni è mettere a disposizione i miei talenti cercando di farli fruttare per qualcosa di buono soprattutto negli ambiti che mi stanno più a cuore: i bambini, le mamme e il rapporto con la tecnologia.

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