I selfie killer e le sfide social
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Sfide Social e selfie killer: dal divertimento al rischio

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Dimentichiamoci sfide social come la Ice Bucket Challenge, la sfida del 2014 che consisteva nel tirarsi addosso un secchio di acqua ghiacciata.
L’obiettivo, raccogliere fondi per la ricerca sulla sclerosi laterale amiotrofica (SLA). Il risultato, 115 milioni di dollari in un solo anno per la ALS Association, l’associazione americana che l’ha lanciata.

ice bucket challenge
Foto di Major Tom Agency su Unsplash

Ad oggi le sfide social sembrano purtroppo partire da questo assunto: “Meglio morto e popolare che in vita e trasparente“.

Smania di fama, narcisismo, desiderio di essere ammirati e ricordati, immortalità digitale. Adolescenti che, pur di vedere aumentare i like sui social network, sarebbero disposti a qualsiasi cosa, addirittura a dare la propria vita.
Una generazione che, a volte, può trovare nella “sfida” la risposta al desiderio di riscattarsi socialmente, sentirsi invincibile, trasgredire, inseguire e ottenere popolarità, riconoscimento e approvazione social.
Mossi spesso da condotte di pura imitazione negli altri.

Qualche esempio

Qui di seguito, un elenco non esaustivo di alcuni giochi e/o sfide estremi praticati anche in Italia.

Choking game (Space monkey, Blackout Challenge). Consiste nel provocare la perdita di coscienza per soffocamento al fine di raggiungere uno stato di euforia. Un giocatore esercita una pressione sulla carotide dell’altro giocatore e l’ipossia che ne deriva provoca una perdita dei sensi temporanea. Quando il giocatore strangolato rinviene, prova uno stato di stordimento e, al contempo, una piacevole euforia. In pratica è un modo per “sballarsi” senza assumere sostanze.

Batmanning, la moda ispirata al famoso supereroe della “DC Comics”. Il giocatore si appende con i piedi e resta a testa in giù. Questa posizione provoca delle modificazioni fisiologiche che sfociano nell’annebbiamento delle facoltà sensoriali e nella modificazione del battito cardiaco. Purtroppo, non sono infrequenti le rovinose e pericolosissime cadute a terra del giocatore che si prodiga in questo gioco.

Horsemanning. Anche se poco diffuso, considerato che prevede la cooperazione di più giocatori, consiste nel farsi fotografare in posizioni in cui sembra di essere stati decapitati.

Owling (da “owl”, gufo). Consiste nel farsi immortalare accovacciati nei posti più strani, come su un tavolo, una lavatrice o su sostegni molto più pericolosi, anche a diversi metri di altezza.

Planking. Anche qui si tratta di essere fotografati o ripresi sdraiati in posti o situazioni strani. Ad esempio si trova una strada, magari non di quelle principali, ci si sdraia sull’asfalto e si rimane lì, scattando selfie, fino al passaggio della prima auto in corsa.

Eyeballing. Consiste nel versarsi della vodka negli occhi. In seguito all’insano e pericolosissimo gesto, il giocatore inizia a urlare dal dolore e, in taluni casi, perde i sensi. Il motivo del gioco è dovuto alla credenza che l’alcol, attraverso i bulbi oculari, arrivando più rapidamente nel sangue, consenta di ubriacarsi molto più velocemente. I medici, invece, sostengono che sia come gettarsi candeggina negli occhi e che vengano provocate serie lesioni alla cornea con compromissione del senso della visione. Per quanto concerne lo “sballo”, i medici dicono che si tratti di un effetto a livello locale, in quanto la pesante irritazione degli occhi provoca la distorsione della visione.

Binge Drinking. È assai diffuso tra i giovani ed è molto pericoloso. Consiste nel bere almeno cinque alcolici in meno di due ore a digiuno.

Balconing. Consiste nel concludere una notte a base di alcol e/o stupefacenti lanciandosi da terrazze e balconi degli alberghi nelle piscine di questi, oppure saltare da un balcone all’altro. Talvolta il “gesto atletico” non va a buon fine e il giocatore si schianta al suolo.

Plumbking. Consiste nel mettersi a testa in giù nella tazza da bagno, celando il capo all’interno della tazza.

Samara Challenge. I ragazzi si travestono da Samara, da qui il nome della challenge, il personaggio della bambina fantasma protagonista del film horror “The Ring”. La finalità è quella di spaventare i passanti, e il divertimento sta proprio nel filmare le reazioni di terrore dei malcapitati.

Blue Whale. La più estrema, quella che vinci solo se, alla fine, muori. L’ideatore del gioco ha elaborato un percorso di cinquanta prove, chiamate regole, da svolgere in cinquanta giorni. Le regole hanno lo scopo di alterare il ritmo veglia-sonno così da rendere l’adolescente docile e sottomesso, pronto ad affrontare un percorso sempre più crudele fatto di notti insonni, gesti autolesivi e attività pericolose fino al ventiseiesimo giorno in cui il curatore dirà al ragazzo quando dovrà morire.
I cosiddetti curatori ( chiamati anche master o tutor), “reclutano” le loro vittime di età compresa tra i nove e i diciassette anni, adolescenti dalla personalità fragile e immatura.
Alla base di queste prove da rispettare vi è la regola principale: “Effettua diligentemente ogni compito e nessuno deve saperlo. Quando hai finito il compito devi inviarmi una foto. E alla fine del gioco tu muori. Sei pronto?”

Pausa Challenge. Consiste nel fermarsi immediatamente quando arriva l’indicazione di un’altra persona che ordina appunto di mettersi in “pausa”, cioè di fermarsi qualsiasi cosa si stia facendo. Per vincere la sfida si deve resistere fin quando non viene permesso di muoversi nuovamente.

Bird Box Challange. Inspirata al film horror post-apocalittico prodotto da Netflix ( “Bird Box” appunto) dove i personaggi si bendano gli occhi per proteggersi da entità misteriose capaci di indurli, attraverso un semplice contatto visivo, ad uccidersi. Ed ecco dunque postati sui social video di bambini e ragazzi bendati che camminano in casa, per strada o guidano un’auto, esponendo se stessi e gli altri a tutta una serie di pericoli.

Tutte sfide in cui l’esperienza verrebbe filmata o fotografata (selfie killer), condivisa online (diffondendosi in pochissimo tempo) sperando diventi in poco tempo virale e super cliccata.

La Rete, mezzo di diffusione ma non causa, come erroneamente pensa l’opinione comune.

«L’identità dei ragazzi è fragile. Non riescono più a raccontare attraverso le parole ciò che provano. Lo fanno attraverso le immagini. Hanno bisogno di essere riconosciuti e tentano di mostrare attraverso i canali social una parte di loro che può identificarsi con il sogno di un altro ragazzo della loro età. Perché così, magari, vengono imitati e si sentono importanti. Dovremmo aiutarli non incutendogli timore, ma interessandoci a loro, a quello che fanno e chiedendo cosa provano. Nessun ragazzo dirà dell’intenzione di fare un selfie estremo o un video che mostra una bravata, ma i grandi lo sanno che potrebbero farlo. Ecco perché dobbiamo tornare quanto prima a conoscere davvero le loro emozioni e a trasmettere il senso del limite. E questo si fa ricominciando dalla parola, dal confronto, e con l’interesse da parte degli adulti. Tutti gli adulti»

Professor Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, Presidente dell’ Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo (Di.Te)

Come accorgersene e intervenire

A livello di attività preventive voglio riportare le cinque regole positive contro il Blue Whale elaborate dalla Polizia postale, a mio avviso generalizzabili a tutti i tipi di sfide social:

  • è necessario dialogare in famiglia e nelle principali sedi educative sul mondo di internet, dei rischi che può portare un uso scorretto del web e del fenomeno del Blue Whale ascoltando anche il parere dell’adolescente;
  • bisogna prestare attenzione ai cambiamenti nella vita dell’adolescente, quali rendimento scolastico, amicizie, ciclo veglia-sonno ecc.;
  • mai sottovalutare ciò che viene raccontato dall’adolescente. Ciò che agli adulti può sembrare poco importante, magari può essere fondamentale per il ragazzo o la ragazza;
  • fondamentale è denunciare chiunque attenti alla vostra vita e al vostro benessere, anche se tramite una chat; fondamentale è parlarne con qualcuno e chiedere aiuto;
  • è utile controllare ed informarsi sui gruppi ai quali si viene aggiunti nei social network.

Dato il rischio dell’emulazione, ci si domanda spesso se sia o meno corretto parlarne.

Io concordo su chi sostiene “Non si può prevenire ciò che non si conosce“.

Founder del blog ConsapevolMente Connessi, Ingegnere Informatico appassionata di CyberSecurity approdata da qualche anno al Coaching. Un mix di competenze che sa farmi apprezzare le opportunità offerte dalla trasformazione digitale in cui viviamo, ben consapevole dei rischi insiti in essa. Perché la onlife è come un salto con lo skateboard: potresti cadere, lo sai, ma è altrettanto vero che, con la giusta guida, potresti imparare a chiudere i trick più difficili.

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