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Revenge porn: cos’è e come difendersi

Tempo di lettura - 6 minuti

Nel nostro paese il termine “revenge porn” si è iniziato ad utilizzare nel 2016 per un tristissimo fatto di cronaca. Una donna napoletana di 33 anni, Tiziana Cantone, si tolse purtroppo la vita dopo che il suo ex-fidanzato aveva diffuso un video che la ritraeva con lui in atteggiamenti intimi.

Il fenomeno è largamente diffuso ed è tornato ultimamente all’attenzione pubblica con il caso della maestra di Torino costretta a licenziarsi dopo che il suo ex aveva diffuso sue immagini hard.

Ma cerchiamo di vedere nel dettaglio di cosa si tratta e, soprattutto, come sia possibile difendersi.

Revenge porn cos’è

Con il termine revenge porn si indica la diffusione non consensuale di immagini sessualmente esplicite, allo scopo di umiliare o danneggiare la vittima.

Alla diffusione delle immagine seguono, molto spesso, condotte illecite quali ingiurie, minacce, stalking ed estorsione.

L’azione non è sempre motivata da motivi di “vendetta” (come farebbe intendere erroneamente il termine che la definisce) nei confronti della vittima, né dall’intento di infliggere un danno all’altro. Un aspetto che ovviamente non rende meno grave l’atto in sé.

Lo sviluppo delle tecnologie e dell’utilizzo dei più svariati mezzi di comunicazione è la causa prevalente del fenomeno. Ciò nonostante, si registrano anche casi di distribuzione fisica di fotografie o video.

Nello specifico si verificano situazioni in cui il materiale:

  • è linkato sulle pagine social della vittima o comunque diffuso sui social network;
  • viene caricato su siti web tematici o in  pagine web create appositamente;
  • viene inviato a familiari, amici e colleghi della persona offesa, soprattutto  tramite chat di messaggistica (es.  WhatsApp o Telegram).

Il materiale può essere acquisito in modo diverso, ad esempio attraverso:

  • con il cosiddetto «sexting» ovvero consegna spontanea di immagini e video in pose intime ad un soggetto che si considera “partner”,  sia stabile che occasionale, sia incontrato di persona che online;
  • mediante la ripresa durante momenti intimi con il consenso della vittima o con telecamere nascoste;
  • attraverso l’intromissione nello spazio cloud della vittima (icloud, gmail, microsoft space, ecc..) oppure del dispositivo (smartphone, laptop, smartpad), anche con la consegna spontanea (es. invio di un pc o di un telefono in assistenza).

Il sexting

Il sexting di per sé è una pratica comune ed accettabile, quando adulti consenzienti decidono di scambiarsi proprie foto, video, messaggi sessualmente espliciti.

Diventa una condotta riprovevole, moralmente inaccettabile e penalmente sanzionabile quando gli stessi contenuti sono diffusi dal destinatario con persone terze. Per “leggerezza” o allo scopo di umiliare, accrescere il discredito sociale, intimidire e molestare la persona ritratta..

Tale pratica è diffusa anche tra i minorenni.

Uno studio del 2018 dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, svolto in collaborazione col portale skuola.net, ha rilevato che il 6% dei giovanissimi, in età compresa tra  gli 11 e i 13 anni, invia abitualmente proprie immagini a sfondo sessuale per via telematica, con una prevalenza (2 su 3) di ragazzine.

Aumentando l’età (14-19 anni) aumenta la percentuale (19%) di chi invia, anche al solo partner, materiale intimo.

sexting

Il deepnude

Da circa un anno stiamo assistendo anche alla diffusione di fotomontaggi, tipi particolari di deep fake che in questo caso creano fake nude (falsi nudi).

In questi fotomontaggi il vero volto di una persona è montato ad arte su un corpo nudo e verosimile mediante l’utilizzo di app e siti web dedicati.

Migliaia le ragazze e donne  si sono così ritrovate così, a loro insaputa, spogliate su Telegram in foto e video poi divenuti virali.

Anche in questo caso a causa della leggerezza di taluni o dall’intento di umiliare o ricattare di altri.

La diffusione del fenomeno è stata tale da richiedere l’intervento del Garante per la Privacy che ha aperto recentemente un’istruttoria.

Il sextortion

Il sextortion è una truffa online volta a estorcere denaro alle proprie vittime mediante ricatti sessuali effettuati sui social network o attraverso finte e-mail minatorie.

Nel caso dei social network, tutto ha inizio con la richiesta di contatto da un profilo (rigorosamente fake) di un uomo o  di una donna molto avvenente.

Quando la conversazione diventa più intima, si spinge la vittima a fare del cybersex avvalendosi della webcam.

L’obiettivo ultimo è ottenere una nutrita collezione di foto e video intimi, ottenuti i quali arriva una richiesta di riscatto che, ove non accettata, porterebbe alla diffusione di tali immagini e video.

Nel caso di e-mail minatorie, invece, la vittima viene contattata tramite una e-mail in cui le viene indicato che il suo account di posta elettronica è stato violato e che si è riusciti a prendere il controllo di dispositivo e webcam.

Grazie a questo controllo si hanno delle registrazioni della vittima durante la navigazione in un sito porno (senza specificare quale sia il sito).

Anche in questo tutto si riduce al ricatto: se non si vuole che tali registrazioni vengano rese pubbliche e inviate ai contatti, la vittima deve versare una somma di denaro in bitcoin (la moneta digitale) a un wallet anonimo.

La diffusione del fenomeno

I dati resi noti dallo studio dell’European Women’s Lobby stima che, in Europa, circa 9 milioni di ragazze nei primi 15 anni di vita hanno subito  una qualche forma di violenza online.

Ogni giorno 53.000 iscritti a varie chat, non solo si scambiano immagini intime di ragazze,  minorenni e non, senza il loro consenso, ma:

  • utilizzano anche commenti denigratori, sessisti e umilianti;
  • incitano allo stupro;
  • approvano il femminicidio;
  • si scambiano materiale pedo-pornografico.

In Italia il fenomeno è preoccupante tanto quanto negli altri Stati.

Nel dossier del Servizio analisi della Direzione centrale della Polizia criminale, pubblicato nel novembre 2020, vengono indicati:

  • 2 episodi di revenge porn al giorno;
  • un numero pari a 1083 di indagini in corso (per 121  di queste indagini è già stata avviata un’azione penale verso i responsabili).

Secondo una stima dell’osservatorio PermessoNegato.it, a novembre 2020 su Telegram erano presenti 89 gruppi o canali dedicati allo scambio di porno non consensuale, incluso anche il revenge porn.

Si tratta di gruppi e canali seguiti da 6 milioni di utenti, contro i quali sono intervenuti anche gli hacker attivisti (hacktivisti) di Anonymous e di LulzSecItalia denunciando chiunque si nasconda dietro queste azioni.

Come è vissuto dai ragazzi

A dar voce ai ragazzi ci ha pensato l’Osservatorio Indifesa 2020, di Terre des hommes e Scuolazoo, attraverso le risposte di seimila ragazzi italiani, tra i 13 e i 23 anni.

Sei adolescenti su dieci non si sentono al sicuro sul web e dopo il cyberbullismo, è il revenge porn a fare più paura, soprattutto tra le ragazze.

Un adolescente su tre conferma di aver visto circolare foto intime sue, o di amici sui social network.

Quasi tutte le ragazze (95,17%) però riconoscono che vedere le proprie foto/video hot circolare senza il proprio consenso online, o su cellulari altrui è grave quanto subire una violenza fisica. La percentuale scende leggermente per i ragazzi (89,76%).

Persistono, anche se minoritari, vecchi pregiudizi da sconfiggere, il 15,21% dei ragazzi considera come una “ragazza facile” la ragazza che decide di condividere foto o video a sfondo sessuale con il/la su* partner. Mentre per le ragazze questo è vero per l’8,39% dei casi.

Revenge porn come difendersi

Il primo consiglio che viene dato per difendersi da tutta questa tipologia di fenomeni è quello di denunciare, il prima possibile, alla Polizia Postale i fatti.

La vittima dovrà cercare di:

  • dimostrare che la diffusione è avvenuta in modo non consensuale, utilizzando screenshot (cattura schermo) e qualsiasi prova utile a dimostrarlo (mail, sms, lettere ecc);
  • preparare un elenco degli indirizzo web o dei canali social dove questi contenuti sono ancora visibili;

Avrà 6 mesi di tempo per farlo.

Spetterà alla Polizia Postale, incaricata dal pubblico ministero titolare delle indagini, provvedere a:

  • raccogliere più  prove possibili;
  • se necessario, individuare i responsabili delle condotte illecite.

La vittima potrà anche:

  • fare segnalazioni e diffide ai social network;
  • proporre un reclamo al Garante Privacy per limitare la diffusione del materiale e chiedere l’adozione di idonei provvedimenti.
  • fare ricorso al Giudice per  tutelare la propria immagine e la propria riservatezza, sia in via inibitoria che risarcitoria.

Il Codice Rosso

Da quasi un anno il revenge porn è un reato.

Infatti la legge 69 del 2019 (nota come Codice rosso)  ha introdotto sanzioni penali per la diffusione di immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, senza il consenso delle persone in esse rappresentate.

Sono punibili soggetti distinti:

  • chi, essendo entrato  in possesso in modo più o meno lecito di queste immagini, inizia l’illecita diffusione del contenuto;
  • chi, ricevendo questo contenuto, contribuisce alla sua ulteriore diffusione.

Le pene previste sono la reclusione da uno a sei anni e  la multa da Euro 5 mila a Euro 15 mila.

Vi sono anche le disposizione che sanzionano reati quali la  violenza privata e la diffamazione.

Per coniugi ed ex sono previste delle aggravanti di pena,  come  per chi usa i social network, Telegram o WhatsApp per diffondere questi contenuti.

I primi casi sono già approdati nelle aule di giustizia.

Nella  vicenda della maestra di Torino il PM, Chiara Canepa, ha chiesto due condanne:

  • 14 mesi per la direttrice dell’Istituto che l’ha licenziata;
  • 12 mesi per la mamma di una bambina che ha ulteriormente diffuso i video e le foto nella chat dei genitori. Arrivando persino a minacciarla e intimidirla.  

Nel caso Cantone, inizialmente considerato un suicidio e come tale archiviato, abbiamo assistito recentemente a una riapertura del caso con la denuncia, alla Procura di Napoli, dei 103 presunti responsabili della diffusione dei video privati di Tiziana.

Il tutto grazie alla determinazione e al coraggio della madre di lei, la Sig.ra Maria Teresa Giglio, e ad Emme Team, il gruppo di studi legali americani ed europei che aiuta le vittime di revenge porn.

Il cosiddetto “Metodo Cantone” è ormai usato da Carabinieri e Polizia Postale che possono ottenere dai colossi del web le informazioni necessarie per identificare i responsabili della diffusione di video o immagini private.

La tutela della riservatezza

La totale rimozione da Internet, seppur prevista, spesso non è così semplice e sicuramente non nei tempi sperati. Ci sono infatti spesso copie del materiale sui dispositivi di chiunque ne sia entrato in contatto. Copie che possono potenzialmente essere sempre pubblicate anche a distanza di tempo, provocando nuovamente danni alla sfera affettiva e psicologica della persona.

Ecco perché il problema è innanzitutto di tipo culturale.

Se da una parte si deve rendere consapevoli le persone delle possibili conseguenze e della gravità delle azioni poste in essere, dall’altra si deve insegnare che il modo migliore per tutelare la propria riservatezza è quello di evitare di dare contenuti intimi, anche alle persone di cui in quel momento si ha fiducia.

A questo proposito, hai già visto la serie TV su RaiPlay Nudes?

Founder del blog ConsapevolMente Connessi, Ingegnere Informatico appassionata di CyberSecurity approdata da qualche anno al Coaching. Un mix di competenze che sa farmi apprezzare le opportunità offerte dalla trasformazione digitale in cui viviamo, ben consapevole dei rischi insiti in essa. Perché la onlife è come un salto con lo skateboard: potresti cadere, lo sai, ma è altrettanto vero che, con la giusta guida, potresti imparare a chiudere i trick più difficili.

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