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Paura di essere messi da parte, tagliati fuori (FOMO): di cosa si tratta?

Nomofobia, acronimo di no mobile phobia, ovvero paura di rimanere disconnessi per assenza del proprio smartphone. Anche nota come sindrome da hand-phone, ossia sindrome dall’avere sempre lo smartphone in mano. Due modi diversi per esprimere lo stesso disturbo che, come riportato da Adnkronos, colpirebbe 7 italiani su 10, in ogni fascia di età.

Il phubbing, quando, troppo presi dallo smartphone, tendiamo ad ignorare chi ci sta accanto.

La like-addiction, la dipendenza che si sviluppa dai like. Chi è vittima di questa dipendenza controlla ossessivamente se le cose che ha postato sui social ricevono o meno il “like”, il gradimento da parte di chi legge. Non solo controlla questo, ma è ossessionato anche dal numero di like ricevuti.

Il vamping ovvero il passare la notte svegli a chattare o commentare sui social, trasformandoci in veri e propri vampiri del web.

Lo sleep texting infine, ovvero l’invio di messaggi mentre si sta per dormire o si è ancora addormentati, senza conservare la memoria di averlo fatto ne tantomeno del loro contenuto.

Tutte attività, quest’ultime, che in qualche modo interferiscono anche sulla qualità del sonno e che ci portano al risveglio ad essere maggiormente irritabili, meno reattivi e attenti.

Insieme identificano sostanzialmente una forte paura di essere messi da parte, “tagliati fuori” (Fear of Missing Out – FOMO) e che spesso si accompagnano a un’altra forma di dipendenza, l’Internet Addiction Disorder (IAD), ovvero l’uso compulsivo di Internet.

Eccoci dunque ad avere sempre con noi una power bank e/o il carica batterie, a controllare maniacalmente lo smartphone o avere la sensazione di udirne lo squillo o la vibrazione, avere un secondo smartphone”privato” per amici e familiari, andare in ansia o peggio avere attacchi di panico se non si trova lo smartphone o se questo non riceve il segnale.

Perché lo smartphone ci fa sentire continuamente ricompensati, appagati e dunque ne cerchiamo il contatto costante. Ci fa sentire cercati, voluti, desiderati, dandoci l’illusione che ci sia sempre qualcuno pronto ad ascoltarci.

Si può più tornare indietro? Più che tornare indietro voglio pensare sia arrivato il momento di aprire finalmente gli occhi e scegliere qual è il modo migliore per avanzare.

Occorre sicuramente iniziare ad avere un’idea più concreta e accurata dei minuti o delle ore che trascorriamo su ogni applicazione dello smartphone.
Sulla base di questo, fissare degli orari per controllare lo smartphone e cercare di ridurre in maniera graduale la frequenza.

Altri consigli utili potrebbero essere quelli di ridurre le notifiche push allo stretto necessario, rimuovere dalla schermata home tutte le applicazioni che si intende evitare, lasciare lo smartphone lontano dal letto prima di andare a dormire.

Un ultimo consiglio quello proposto da Tristan Harri che ha lavorato per Google come esperto di etica del design e prevede di impostare il display dello smartphone in scale di grigio. Infatti alcuni colori utilizzati dalle applicazioni (come blu o rosso) ci spingono in maniera inconscia a voler controllare continuamente il cellulare e le notifiche .

Il discorso diventa più complesso quando si parla di adolescenti. Il contatto dei ragazzi con la tecnologia avviene ormai sempre prima. In Italia, in media, avviene verso i 12 anni.
E dunque ecco il monito dei pediatri italiani in merito: non dare ai bambini strumenti digitali prima dei due anni, fino ai cinque per una sola ora al giorno (che si può poi raddoppiare fino agli otto) e sempre con la supervisione di un adulto.
Il loro uso non deve mai avvenire durante i pasti, mai prima di dormire, mai per distrarre, calmare o come pacere, mai contenuti violenti, mai regalarli prima dei 13 anni.

Prova a cambiare la tua vita, anche solo per un giorno. Magari potrebbe piacerti.

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